Qualcuno ci ha detto che è stato il compleanno più bello di Aido Cantù, altri ci hanno ringraziato perché parlare di dono è sempre importante. Altri ancora ci hanno chiesto quando ci sarà il prossimo.
La giornata nazionale del Dono, domenica 19/05/2026, è diventata una festa bellissima che ha saputo trovare, ancora una volta, il filo invisibile che lega l’umanità, le parole e la musica.
Commozione la parola più ripetuta e presente negli articoli giornalistici.
Sul palco con Aido Cantù sono saliti coloro che hanno ricevuto il dono e le famiglie di chi ha donato. Come ha detto Susy sul palco, nel dolore più grande della perdita, il pensiero di sapere Giorgia, presente e viva, nella vita di altri le ha permesso di continuare a respirare, anche quando il respiro veniva meno.
Quest’anno abbiamo arricchito l’evento aggiungendo anche una parte dedicata ai libri.
Hanno riempito di note musicali e voci, le volte del Teatro Rebbio, che chiude con Aido Cantù e riapre con Aido Cantù quattrocentosessantadue giorni dopo, grandi musicisti come Sara Lee Guthrie, Radoslav Lorkovic e i Borderlobo, sotto la direzione artistica, umana e magica di Andrea Parodi.
Un’attesa che è valsa la pena e che cade a pennello con una giornata così importante per Aido.
Ma non è bastato.
Il palco del Teatro di Rebbio ha accolto anche la scrittrice italo- palestinese Alae Al Said che con un monologo potentissimo ci ha portato in Cisgiordania e a Gaza.
Qualcuno ha urlato Palestina Libera, l’applauso finale è durato alcuni minuti.
L’abbraccio tra la donazione, la musica e le parole, è stato così tenace da formare una grande platea di occhi lucidi.
Perché sul palco sono saliti, anche il romanzo del nonno di Sara Lee Guthrie, Woody Guthrie, Questa terra è la mia terra, come la sua canzone più celebre e
il romanzo di Alae Al Said, Il ragazzo con la kefiah arancione, commovente e fortissimo racconto della tragedia dell’occupazione al popolo palestinese.
E poi con al polso una kefiah palestinese, tessuta nella bellissima terra piena di ulivi, Alida ha tenuto insieme musica e parole e ha letto:
Esiste un filo invisibile che unisce le pianure polverose dell’Oklahoma degli anni ’30 alle colline martoriate della Cisgiordania. È il filo della appartenenza, che Woody Guthrie trasforma in un inno universale e che Alae Al Said cristallizza in un simbolo di identità. In Questa terra è la mia terra, Guthrie ci racconta di un’America che espelle i propri figli: Woody viaggia su treni merci, testimone di un’ingiustizia che vorrebbe strappare la dignità insieme alle radici. Eppure, la sua chitarra grida che la terra non appartiene a chi la recinta, ma a chi la lavora e la ama.
Dall’altra parte del mondo e del tempo,Il ragazzo con la kefiah arancione di Alae Al Said ci porta tra le strade di Hebron e la fabbrica di famiglia di Loai. Se per Guthrie la minaccia è il fumo nero della crisi economica, per Loai è l’ombra dell’occupazione che avanza dal 1967. La kefiah arancione diventa allora come la chitarra di Woody: uno strumento di resistenza culturale, un modo per dire “io sono qui” in una terra che altri vorrebbero rendere straniera ai suoi stessi figli.
Per entrambi i protagonisti di queste storie, perdere la terra significa rischiare di perdere sé stessi.
Se Guthrie dà voce ai “migranti della polvere”; Alae dà voce a un popolo che resiste attraverso la memoria e le piccole cose quotidiane.
Se Guthrie è il vagabondo perenne alla ricerca di una casa comune, i personaggi di Alae rivendicando il diritto di restare.
Se Woody Guthrie cantava che “questa terra è stata fatta per te e per me”, Alae Al Said ci ricorda una stessa promessa di libertà che richiede un coraggio quotidiano per non essere cancellata dalla Storia. Entrambi ci insegnano che la bellezza e l’arte sono le nostre armi più potenti. Oggi, ascoltando Sarah Lee e Alae, capiamo/capiremo che le persone che respirano la polvere dell’Oklahoma e la polvere di Hebron parlano la stessa lingua: quella di chi non abbassa la testa. Perché ‘questa terra è la tua terra’, e l’identità è un filo arancione che nessuno può spezzare.
Ma la presenza di Sarah Lee Guthrie e Alae Al Said a Como non è casuale: sono qui perché questo territorio, grazie a figure come don Giusto, cerca ogni giorno di essere quella “terra di resistenza, pace e accoglienza” che i loro libri invocano. La letteratura non parla di confini parla di umanità. Vorrei concludere con un’emozione personale. Alae, nel firmare la mia copia del suo libro, ha scritto una dedica che porto nel cuore: ‘Il mio popolo ricorderà il tuo nome’.
In questa frase c’è tutto il senso dell’incontro di stasera.
Oggi, Sarah Lee, Alae, don Giusto, Sergio, Susy, Grazia, Maurizio, Massimiliano, Massimo e tutti voi presenti: i vostri nomi e le vostre storie si intrecciano.
Ci ricordate che finché qualcuno scriverà, canterà, donerà o aprirà una porta, nessun popolo sarà dimenticato, nessun essere umano sarà dimenticato.
Perché questa terra, finalmente, sarà davvero la terra di tutti.
Dove eravamo rimasti?
Dove siamo rimasti!
Grazie a tutti.
Aido Cantù promuove la donazione di organi, tessuti e cellule, la pace e la convivenza.
Dicono di noi:
Dà sicurezza sapere che al Teatro Nuovo di Rebbio c’è ancora posto per noi. Noi persone vere, sentimenti attaccati alla pelle, corpi emozionati, emozionanti e emozionabili. Nelle mie foto del 19 aprile i corpi cantano: gioia, pianto, sorrisi sornioni, risate urlate e compite, urla intonate e suonate. E musica. E un pugno alzato perché quando ci vuole, ci vuole.
Massimo Borri

